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| Lo stemma dell'"Archivio Generale del Regno" |
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| Francesco Trinchera (1810-1874) |
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L'Istituto/Profilo storico dell'Archivio di Stato di Napoli
L'Archivio di Stato di Napoli nasce come "Archivio Generale del Regno" con il r.d. 22 dicembre 1808, allo scopo di riunire in un medesimo locale gli antichi archivi delle istituzioni esistenti fino all'arrivo di Giuseppe Bonaparte a Napoli nel 1806.
Furono così concentrati gli archivi della Regia Camera della Sommaria, cui appartenevano i volumi dei catasti "onciari" relativi a tutti i comuni del regno, della Cancelleria, delle Segreterie di Stato dell'epoca viceregnale, dei supremi organi consultivi dello Stato (Consiglio Collaterale, Real Camera di S. Chiara), del Cappellano Maggiore e dei massimi organi giudiziari dello Stato (Sacro Regio Consiglio, Gran Corte della Vicaria) e le carte di altri numerosi organi statali.
Fra questi meritano un cenno le diverse giunte come quelle di Stato, degli Abusi e di Sicilia, nonché l'Amministrazione dei demani per il cui tramite furono acquisiti i preziosi archivi dei monasteri napoletani, soppressi fra il 1807 e il 1809.
Nel decennio francese la fisionomia e l'articolazione dell'istituto furono precisate con i successivi decreti dell'11 marzo 1810 e del 3 dicembre 1811, con il primo dei quali fu stabilita una ripartizione in uffici che, con diverse modifiche, è poi pervenuta sin quasi ai giorni nostri.
Dopo la restaurazione borbonica del 1815, la legge organica degli archivi del 12 novembre 1818 confermò l'istituzione cambiandone la denominazione in quella di "Grande Archivio del Regno" e stabilì il principio che, non soltanto le carte delle cessate amministrazioni, ma anche quelle delle amministrazioni vigenti dovessero esservi versate periodicamente.
Alcune disposizioni prese dal governo fra il 1824 e il 1825 introdussero tuttavia una serie di restrizioni a tale principio, stabilendo che gli atti dei ministeri non potessero essere consultati né copiati senza la preventiva autorizzazione del relativo ministero titolare.
Dalla sua istituzione fino all'Unità d'Italia, l'archivio fu diretto da Michele de Dominicis (1808-1820), Giuseppe Ceva Grimaldi (1820-1826), Antonio Spinelli (1826-1847), Angelo Granito di Belmonte (1848-1860).
A partire dal 1860 l'archivio conobbe un notevole incremento del proprio patrimonio documentario, grazie all'acquisizione degli atti dei ministeri borbonici e di altri organismi centrali, come la Consulta di Stato e la Gran Corte dei Conti, e avrebbe potuto acquisire anche il cospicuo archivio del Municipio di Napoli, insistentemente richiesto dall'amministrazione archivistica a partire dal 1852, ma mai pervenuto per l'irriducibile opposizione degli amministratori comunali. Nell'importante documentazione pervenuta in tale periodo, va segnalata la raccolta delle leggi e decreti originali dello Stato (1806-1861), appartenenti al Ministero della Presidenza del Consiglio, e i protocolli delle decisioni prese dal re nel Consiglio di Stato (1822-1861).
Primo direttore dopo l'Unità fu l'economista e giornalista Francesco Trinchera, il quale curò, avvalendosi di un precedente pregevole lavoro dell'archivista Michele Baffi, l'edizione della Relazione degli archivi napoletani (1872), prima e per molti aspetti ancora preziosa guida sistematica alle fonti dell'Archivio di Stato di Napoli. Gli succedettero nell'incarico autorevoli figure di studiosi come Camillo Minieri Riccio (1874-1882) e soprattutto Bartolomeo Capasso (1882-1900) e Eugenio Casanova (1907-1915), autore quest'ultimo di un celebre manuale di archivistica e di un'ampia relazione sull'Archivio di Stato di Napoli nel decennio 1899-1909, pubblicata nel 1910.
La direzione di Riccardo Filangieri di Candida (1934-1956), durante la quale fu avviata l'acquisizione degli archivi privati, coincise purtroppo con il periodo più triste per la storia del nostro paese e dei suoi archivi; delle vicende belliche l'Archivio di Stato di Napoli risentì più pesantemente di ogni altro istituto archivistico, in quanto una notevolissima mole di scritture antiche e pregevoli, portate in un deposito presso Nola per preservarle dai bombardamenti, vi furono distrutte da un reparto tedesco in ritirata nel settembre del 1943. Andarono distrutti, fra gli altri, tutti i 378 volumi in pergamena che costituivano la Cancelleria dell'epoca angioina..
Nel corso del Novecento l'Archivio, avendo perduto il suo carattere di archivio della capitale, ha ricevuto versamenti da organismi a carattere provinciale o locale, quali la Prefettura e la Questura e l'Ufficio distrettuale delle imposte dirette con gli atti relativi al cosiddetto Catasto provvisorio di Napoli, che, stabilito da Murat nel 1809, è rimasto in vigore fino al 1914. Viceversa, per la ricorrente esigenza di recuperare spazi, l'istituto ha proceduto ad ingenti scarti di materiale documentario secondo criteri che oggi appaiono discutibili, come nel caso dei 140.000 fasci di atti contabili, provenienti dalla Gran Corte dei Conti del Regno di Napoli, eliminati nel 1930.
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